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Valentina Moscon (Università di Trento). Titolarità e circolazione del copyright in ambito accademico: un'analisi comparata

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Abstract

Fino agli anni Ottanta del secolo scorso la realizzazione delle opere di carattere creativo, scientifico e tecnologico e la gestione della relativa proprietà intellettuale suscitano certamente minore interesse rispetto ad oggi. In quel periodo inizia a mutare lo scenario generale e ad aumentare l’interesse verso i temi dello sviluppo tecnologico, dell’incentivazione della ricerca e quindi della tutela della proprietà intellettuale. L’attenzione del legislatore, tuttavia, si concentra principalmente sul sistema brevettuale. La specifica disciplina in materia di attività creativa dei ricercatori, infatti, certamente ancora oggi non al centro dell’attenzione legislativa, si presenta più variegata e complessa, nonostante l’Università eserciti un ruolo insostituibile sia nella produzione di conoscenza che nella formazione.

La tematica è più che mai attuale e strettamente connessa al problema che oggi sovente si pone relativamente al controllo dell’informazione, o meglio, al controllo, favorito dai nuovi media, sull’accesso e l’utilizzo della stessa. Si tratta di un dominio che consente agli editori delle “riviste scientifiche fondamentali” di utilizzare il copyright quale strumento di forza: i grandi editori commerciali approfittano, infatti, dei vantaggi offerti dall’editoria elettronica e dalla digitalizzazione dei contenuti, implementando sistemi di chiusura perfetta e totale dell’informazione, rendendola così accessibile all’utente secondo modalità predeterminate. Proprio il copyright, in tal senso, è la fonte di tale supremazia degli editori scientifici: è pratica diffusa di molti editori quella di condizionare la pubblicazione nella “prestigiosa” rivista alla cessione di tutti i diritti di copyright. Il fatto di riuscire ad acquistare la titolarità esclusiva del copyright sul contributo scientifico pubblicato nella rivista, è una delle ragioni principali per cui gli editori sono in grado di aumentare i costi delle riviste e limitarne l’accesso alle stesse università e biblioteche. Il risultato, a parte il dibattito circa la titolarità del copyright sulle opere accademiche, in gran parte rimesso ancora oggi all’interprete,  è che gli autori cedono tutti i diritti di copyright sull’opera realizzata con i fondi pubblici per la ricerca all’editore il quale a sua volta impone prezzi e condizioni di accesso monopolistitici o oligopolistici alle biblioteche.

A fronte della situazione delineatasi sono emersi negli ultimi anni numerosi tentativi da parte della comunità di studiosi di contrastare, o, quantomeno, rallentare il dominio della conoscenza scientifica da parte degli editori. Possibili soluzioni sono proposte dal movimento Open Access, che sempre più assume credibilità e forza, anche grazie alle policy adottate da alcune università, tendenti ad imporre una disciplina finalizzata a dare attuazione ai principi dell’accesso pieno e aperto a tutti i prodotti della ricerca scientifica.

Nel silenzio legislativo lo strumento utilizzato dalla comunità scientifica per contrastare il fenomeno di chiusura del flusso della conoscenza, dirigendosi verso quella che qualcuno definisce “democratizzazione” dell’informazione è, ancora una volta, il contratto. Affrontato il tema della titolarità dei diritti di sfruttamento economico dell’opera realizzata in ambito accademico e perciò anche dell’ampiezza del diritto d’autore nel sistema italiano e del copyright  nordamericano (le cui ricadute sono tutt’altro che trascurabili anche in termini, per esempio, di “libertà” di ricerca accademica, o academic freedom) ci si muove sul piano dell’autonomia negoziale mirando a fornire possibili soluzioni contrattuali nella gestione dei rapporti tra autore ed editore, autore e/o editore ed utente finale e tra autore ed ente di ricerca finanziatore.

 

 

 

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